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Giocare a golf a settant’anni senza dover smettere

Se il dolore ti sta cambiando il modo di giocare, la prima valutazione con me è gratuita. La trovi in fondo alla pagina: ci sentiamo, mi racconti come stai e ti dico con onestà se posso esserti utile.
In breve. Ridurre le buche per proteggersi accelera la perdita di forza e di mobilità, e porta prima al punto che si voleva evitare. Camminare il campo richiede forza delle gambe, equilibrio e rotazione, e tutte e tre si allenano anche a settanta e a ottanta anni.
Nelle prime chiamate con i golfisti dell’Algarve quasi nessuno me lo dice subito. Si parla di schiena, di ginocchia, dei metri persi.
Poi, verso la fine, arriva la frase vera, quasi sempre con la voce più bassa.
«L’ultimo dottore mi ha detto che non posso più giocare.»
Oppure la versione più lunga, quella di chi ci sta girando intorno da mesi: «Adesso faccio nove buche, e quando arriva ottobre vediamo».
Quello che c’è sotto lo sappiamo tutti e due. Chi gioca a golf da vent’anni la paura ce l’ha su una cosa sola, e riguarda il giorno in cui dovrà appendere la sacca.
Il martedì mattina col solito quartetto, la birra dopo il giro, il gruppo di persone che vedi da quando sei arrivato in Algarve. Se salta il golf, salta tutta la settimana.
Perché la strada del «mi risparmio» porta dove non vuoi
È la reazione più naturale che ci sia, e la vedo in quasi tutti quelli che arrivano da me con un dolore che dura da un po’.
Prima si tolgono le diciotto e restano le nove. Poi si tolgono le gare, che sono troppo lunghe.
Poi si passa al buggy stabile. Poi si salta la giornata in cui fa freddo, perché è quella in cui si sente di più.
Ogni passo, preso da solo, è ragionevole. Il problema è dove porta la somma.
Il corpo perde forza e mobilità in fretta quando smette di usarle, e più ne perde meno regge il gesto, e meno regge il gesto più viene voglia di risparmiarsi. È un giro che si chiude su sé stesso, e chi ci finisce dentro arriva davvero al punto di smettere: ci arriva per la strada che aveva scelto per evitarlo.
Nella letteratura sul dolore cronico questa cosa ha perfino un nome, la paura del movimento, ed è documentata. La frase che uso coi miei clienti è più semplice: fermarsi per paura di farsi male produce esattamente il danno che si teme.
Camminare il campo è un obiettivo di salute
Su questo esiste un dato grosso, e va preso per quello che è.
Uno studio svedese ha seguito 300.818 golfisti e ha trovato in quel gruppo una mortalità più bassa del 40% rispetto all’atteso, che gli autori traducono in circa cinque anni di vita in più. È stato pubblicato sullo Scandinavian Journal of Medicine and Science in Sports.
Ora la parte onesta: è un’associazione, e il nesso di causa nessuno l’ha dimostrato. Chi gioca a golf regolarmente cammina molto, sta all’aria aperta, vede gente e in genere ha uno stile di vita più attivo, e districare il merito del golf da tutto il resto nessuno l’ha fatto. Gli autori stessi lo scrivono.
Quello che se ne ricava, però, regge: le diciotto buche a piedi sono sei o sette chilometri su terreno mosso, spesso più di diecimila passi, due o tre volte a settimana. Per un pensionato è la quota principale di movimento della settimana, e restare capaci di farla richiede forza, mobilità ed equilibrio.
Girato al contrario: lavorare sul corpo serve a poter continuare a camminare il campo, e questo riguarda la salute molto oltre il golf.
Cosa si può fare a settanta e a ottanta
Qui ti dico quello che vedo, senza promettere niente.
Ho seguito un signore di 76 anni con una protesi all’anca. Era arrivato da me con la schiena peggiorata dopo l’operazione e con la fatica a fare il campo a piedi.
Dopo sei mesi stava meglio, aveva guadagnato dieci metri nel drive, ed era tornato a godersi le partite.
E ho seguito un signore di 62 anni con due ernie e una protrusione, che conviveva col dolore da anni. Si è impegnato con gli esercizi a casa, con costanza.
Dopo un anno il dolore non c’era più, il drive aveva guadagnato venti metri, e oggi è autonomo: mi chiede solo un controllo online ogni tanto.
Nessuno dei due è tornato ad avere trent’anni, e tutti e due hanno smesso di perdere pezzi. È il punto che conta quando l’obiettivo è restare in campo a lungo.
L’età, da sola, non è mai stata il motivo per cui ho detto di no a qualcuno. La muscolatura risponde all’allenamento anche a ottanta: più lentamente, però risponde.
Quando invece il medico ha ragione
C’è un caso in cui «non puoi più giocare» è la risposta giusta, e non voglio fare la furba.
Se hai una situazione clinica che il carico rotazionale peggiora davvero, il medico che te lo dice sta facendo il suo mestiere, e quello che faccio io non lo scavalca. Su questo non tratto: se il quadro è quello, prima si sistema il quadro.
Quello che capita spesso, però, è un’altra cosa. Il «non può più giocare» arriva come consiglio generico, dato a fine visita a una persona che si presenta con un dolore e con sessantotto anni sulla carta d’identità, senza che nessuno abbia guardato come quella persona si muove.
È lì che vale la pena farsi guardare da qualcuno che quel movimento lo osservi per mestiere, prima di appendere la sacca.
Come lavoro io su questo
Il fisioterapista, l’osteopata e il massaggiatore ti mettono le mani sul punto che fa male, e fanno bene: è il loro mestiere. È come guardare dentro un monocolo, con la messa a fuoco tutta lì.
Io faccio un passo indietro e guardo l’intero corpo col grandangolo, perché la domanda «riuscirò a giocare ancora» ha a che fare con tutto il corpo e non con la vertebra che duole.
Nella pratica si lavora su tre cose: la forza delle gambe, che decide quanto puoi camminare; l’equilibrio, da cui dipende il rischio di cadere; la rotazione di anca e torace, che stabilisce se il gesto se lo prende il corpo oppure la schiena. Sono le stesse tre cose che servono a un signore di ottanta per fare la spesa e salire le scale.
Sono Erika Zanella, chinesiologa, e in Algarve seguo golfisti dai cinquanta agli ottant’anni, protesi e patologie comprese.
Il lavoro lo fai tu, con il tuo corpo. Io ti do i mezzi e ti guido a usarli, finché non ti servo più.
Luca, 69 anni. Quando ha cominciato aveva forti dolori alle ginocchia e il bacino rigido, e giocava ormai quasi sempre col buggy, perché camminare tutte le buche era diventato troppo faticoso. Dopo dieci mesi mi ha detto: «Sono riuscito a camminare per tutte le 18 buche senza buggy. Non mi capitava da anni.» Nel frattempo il suo drive è passato da circa 140 a circa 185 metri.
Domande che mi fanno spesso
Ho 74 anni e non ho mai fatto palestra. È tardi per cominciare?
No, e chi parte da zero di solito vede i cambiamenti prima, perché ha più margine davanti. Si comincia molto piano, con esercizi che si fanno in salotto, e si aggiunge carico secondo come reagisci.
Se gioco nove buche invece di diciotto sto sbagliando?
No, se è una scelta tua. Diventa un problema quando è il corpo a imporla: lì vale la pena capire perché, e vedere se quelle nove si possono riprendere.
Ho una protesi all’anca. Posso allenarmi?
Nella maggior parte dei casi sì, con esercizi scelti e con le indicazioni del chirurgo rispettate. La protesi cambia cosa si fa e come, e raramente cancella tutto.
Mi hanno detto che alla mia età il dolore è normale.
Il dolore è comune dopo i sessanta, e comune non vuol dire inevitabile. Un dolore che torna sempre allo stesso modo, alla stessa buca, ha quasi sempre una ragione meccanica dietro, e su quella si può intervenire.
Se vuoi continuare a giocare
La prima valutazione è gratuita e funziona così: guardo come ti muovi, come appoggi i piedi, dove il movimento si ferma, e ti dico con onestà se e come posso aiutarti.
Se vivi in Algarve vengo io da te. Ho base a Portimão e mi muovo in tutta la zona, e tu non devi organizzare niente.
Se vivi in Italia o altrove, lavoriamo online con lo stesso metodo che userei a casa tua.
Seguo poche persone alla volta, perché a ognuna voglio dedicare tempo vero. Lasciami i tuoi dati e ti richiamo io entro 24 ore.