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Quanti metri di drive puoi ancora recuperare dopo i 50

Golfista che colpisce dal tee con l'oceano alle spalle

Se il dolore ti sta cambiando il modo di giocare, la prima valutazione con me è gratuita. La trovi in fondo alla pagina: ci sentiamo, mi racconti come stai e ti dico con onestà se posso esserti utile.

In breve. Dopo i cinquanta lo swing perde soprattutto la molla elastica fra spalle e bacino. Una parte dei metri persi si riprende lavorando su rotazione dell’anca, mobilità del torace e tenuta del centro: fra i clienti seguiti in Algarve il recupero è andato dai dieci ai quarantacinque metri di drive.

C’è un momento preciso in cui uno se ne accorge. Arrivi sul fairway, guardi dove è finita la tua pallina e ti torna in mente dove finiva dieci anni fa, su quella stessa buca, con lo stesso bastone.

È la domanda che mi arriva più spesso dai golfisti dell’Algarve, e suona sempre uguale: quanti di quei metri se li è presi l’età, e quanti li ho persi per qualcos’altro?

È la domanda giusta, e ha una risposta. Una parte di quei metri non torna.

Un’altra parte, quasi sempre più grossa di quanto immagini, sta ferma da qualche parte nel tuo corpo e aspetta solo di essere ripresa.

Cosa succede davvero allo swing con gli anni

Uno studio di cinematica in tre dimensioni condotto da Severin e colleghi ha confrontato lo swing di uomini anziani sani con quello di giovani, misurando i movimenti nello spazio invece che a occhio.

Che gli anziani vadano più piano si sapeva già.

Il risultato interessante sta in dove va a finire la differenza: la velocità della testa del bastone scende da circa 46,7 a circa 39,4 metri al secondo, e insieme crolla una cosa che si chiama X-factor stretch, cioè l’allungamento attivo fra spalle e bacino nel primo tratto della discesa.

Nei giovani vale circa il 7,7%, negli anziani scende all’1,6-1,8%.

Tradotto in parole normali: quello che si perde con gli anni è soprattutto la molla. Nello swing la potenza nasce da una torsione, dalle spalle che ruotano più del bacino e da quel breve istante in cui il bacino riparte mentre il torace è ancora indietro.

Se il corpo non riesce più a creare quella separazione, la molla non si carica, e il colpo esce corto anche quando la tecnica è rimasta identica.

E qui sta la buona notizia. La molla non si carica perché mancano mobilità dell’anca, rotazione del torace e un centro che tenga. Sono le tre cose su cui si lavora.

Le due colonne dei metri persi

Mi piace mettere in fila le cose, quindi facciamo due colonne.

Nella prima ci sono i metri che non tornano. La capacità elastica del tessuto, la velocità pura di contrazione, il recupero fra un giro e l’altro. Su queste cose si può rallentare la discesa, e chi ti promette altro ti sta prendendo in giro.

Nella seconda ci sono i metri fermi. L’anca che ha perso rotazione interna, che è la limitazione più comune nei golfisti dopo i cinquanta. Il torace che non gira più e obbliga il backswing ad accorciarsi.

I glutei spenti da anni passati seduti. Il centro del corpo che non regge, con la forza che si disperde per strada invece di arrivare alla pallina.

C’è anche un terzo pezzo che non riguarda la forza. A parità di velocità, un dilettante tira più corto di un professionista, perché conta anche quanto bene quella velocità si trasforma in metri: qualità dell’impatto e sequenza del movimento.

Ed è un altro punto su cui il corpo può fare la sua parte, perché una sequenza pulita ha bisogno di un corpo che arrivi nelle posizioni giuste al momento giusto.

I numeri delle persone che ho seguito

Questi sono numeri veri, di persone vere, con nome ed età. Ognuna partiva da una situazione diversa dalle altre.

Elena, 55 anni. Partiva da circa 130 metri di drive, con difficoltà a restare stabile nell’address e a ruotare nel backswing. Dopo circa otto mesi sta sui 170.

Quaranta metri, arrivati insieme a una rotazione più fluida e a una posizione di partenza che regge.

Luca, 69 anni. Partiva da circa 140 metri, con dolori alle ginocchia e il bacino rigido. Dopo dieci mesi di lavoro su forza delle gambe, rotazione del busto e potenza, è a circa 185. Quarantacinque metri, a sessantanove anni.

Daniele, 57 anni. Partiva già bene, circa 190 metri, ma la schiena gli si bloccava dalla sesta buca e non gli lasciava chiudere il follow-through. Oggi è a circa 220, e mi ha scritto: «Da 86 colpi sono passato a 79, in un campo difficile.

E il fastidio alla schiena è arrivato solo alla buca 10 invece che all’inizio.»

Poi ci sono i due casi che restano senza nome, perché non ho il consenso a usarlo. Un signore di 76 anni con una protesi all’anca, arrivato da me con la schiena peggiorata dopo l’operazione: dopo sei mesi ha guadagnato dieci metri nel drive.

E un signore di 62 anni, due ernie e una protrusione, che dopo un anno ha smesso di avere dolore e ne ha guadagnati venti.

Guardali per quello che sono: cinque persone diverse, con cinque punti di partenza diversi, e nessuna garanzia che il tuo numero somigli al loro. Quello che dicono, tutti insieme, è che la distanza persa dopo i cinquanta non è una porta chiusa.

Perché le lezioni da sole spesso non bastano

Questa parte la scrivo con rispetto, perché tocca il lavoro di un altro professionista.

Il maestro di golf lavora sulla tecnica e la sa migliorare: se il tuo swing ha un difetto di esecuzione, lui te lo sistema, ed è il suo mestiere. Il punto è che quel gesto, per riuscire, deve stare dentro quello che il tuo corpo riesce a fare.

Se l’anca non ruota di quei gradi, la posizione che il maestro ti descrive resta un’immagine. Puoi ripeterla per venti lezioni: il corpo arriva sempre fin lì e poi si ferma, oppure ci arriva rubando movimento alla schiena. Le lezioni si accumulano e i metri non tornano.

Quando invece l’anca torna a girare, la stessa lezione entra. Ecco perché il lavoro sul corpo e quello sulla tecnica funzionano bene insieme, e nessuno dei due sostituisce l’altro.

Come lavoro io su questo

Il fisioterapista, l’osteopata e il massaggiatore ti mettono le mani sul punto che fa male, e fanno bene: è il loro mestiere. È come guardare dentro un monocolo, con la messa a fuoco tutta lì.

Io faccio un passo indietro e guardo l’intero corpo col grandangolo, perché i metri fermi quasi mai stanno dove te li aspetti.

Con Elena abbiamo lavorato sulla stabilità della posizione di partenza e sulla rotazione. Con Luca siamo partiti dai piedi, perché aveva l’appoggio piatto e una camminata scorretta, e da lì siamo saliti alle ginocchia, alle gambe e al busto.

Due percorsi diversi, e in tutti e due i metri sono arrivati alla fine, quando il corpo ha ricominciato a muoversi come deve.

Sono Erika Zanella, chinesiologa, e i numeri che hai letto vengono dai golfisti che seguo in Algarve, misurati prima e dopo.

Il lavoro lo fai tu, con il tuo corpo. Io ti do i mezzi e ti guido a usarli, finché non ti servo più.

Daniele, 57 anni. Il suo drive è passato da circa 190 a circa 220 metri in dieci mesi. Il risultato che racconta per primo, però, è un altro: giocare con continuità, senza dover restare fermo qualche giorno dopo ogni partita.

Domande che mi fanno spesso

A settant’anni ha ancora senso lavorare sulla distanza?

Sì, e Luca a sessantanove ne ha presi quarantacinque. La muscolatura risponde all’allenamento a ogni età: più lentamente, e risponde. Chi parte da fermo, per giunta, ha più margine davanti di chi si allena già da anni.

Quanto ci vuole per vedere i primi metri?

La mobilità si muove in poche settimane, e di solito è la prima cosa che noti. La forza e la potenza chiedono più tempo: la ricerca sui dosaggi parla di dodici settimane come dose minima perché il miglioramento si misuri.

Non è che poi mi si blocca di nuovo la schiena tirando di più?

È la domanda giusta, e la risposta sta nell’ordine delle cose. Prima si costruisce la struttura che regge il gesto, poi si aggiunge velocità. Al contrario, cioè cercando metri su un corpo che non li sostiene, il conto arriva puntuale.

Faccio già palestra due volte a settimana.

Ottimo punto di partenza, e non basta da solo, perché il golf chiede rotazione e le schede standard la ignorano quasi sempre. Nella valutazione guardiamo cosa fai già e cosa manca: spesso serve aggiungere poco.

Se vuoi sapere quanti metri hai fermi

La prima valutazione è gratuita e funziona così: guardo come ti muovi, come appoggi i piedi, dove il movimento si ferma, e ti dico con onestà se e come posso aiutarti.

Se vivi in Algarve vengo io da te. Ho base a Portimão e mi muovo in tutta la zona, e tu non devi organizzare niente.

Se vivi in Italia o altrove, lavoriamo online con lo stesso metodo che userei a casa tua.

Seguo poche persone alla volta, perché a ognuna voglio dedicare tempo vero. Lasciami i tuoi dati e ti richiamo io entro 24 ore.

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